Donestk prigioniera della disinformazione

Il treno di ritorno da Donetsk è decisamente più popolato di quello di andata e anche meno silenzioso.

dtsk

Abbiamo trascorso tre giorni nella città che da fuori sembrava essere il secondo centro abitato più infernale del Donbass dopo Slaviansk. Dal 26 maggio, giorno in cui l’esercito ucraino e la Guardia Nazionale hanno sferrato l’attacco alle forze separatiste per riconquistare l’aeroporto, da lì arrivavano immagini di guerra e poche altre notizie. Così Ilaria ed io abbiamo deciso di accompagnare un amico che tornava per chiudere con le sue attività lì e trasferirsi a Kiev. Anzi, è lui che ha accompagnato noi: Yura si è assunto la nostra responsabilità e si è offerto di ospitarci.

Siamo arrivati sabato mattina (31 maggio) e anziché trovare una città infernale abbiamo trovato una città fantasma. Grandi viali vuoti, pochissime auto in giro, la maggior parte dei negozi con le serrande abbassate. Ciò che più ci ha colpito sono i concessionari di auto che,  oltre ad essere chiusi, non hanno veicoli in esposizione. Il terrore della razzia, da quando si è autoproclamata la nuova repubblica, è all’ordine del giorno. Via Artem è la strada principale di Donetsk: un grande viale a doppio senso di marcia, diviso in due da un largo e curato marciapiede per il passeggio, con alberi, aiuole e fontane: “Qui di solito c’è tantissima gente che va e che viene e non si riesce a parcheggiare. Guarda adesso.”, dice Yura.

Prima di decidere come muoverci facciamo un giro della città in macchina. In mano ai separatisti, che è più opportuno chiamare col loro nome cioè ceceni, ci sono solo pochi edifici: due sedi dell’SBU (una di quartiere l’altra provinciale), la sede della Regione e quella della televisione. Questi sono punti strategici che assicurano il controllo della città a nord a sud e a ovest. A est non serve. Poi, a parte qualche incontro con blindati senza targa e “manifestazioni separatiste” in piazza Lenin (dove non si riuniscono mai più di 200 persone), la città non porta segni evidenti del dramma che sta vivendo.

Irina, impiegata comunale, continua ad andare a lavoro tutti i giorni. Ci spiega che i ceceni hanno occupato solo gli edifici dove hanno trovato resistenza. In Comune così non è stato e, a parte l’inserimento di due supervisori esterni, si va avanti -per ora- con le attività ordinarie. La mattina prima delle elezioni sono state sequestrate tutte le schede e gli elenchi elettorali, ma senza bisogno di ricorrere alla violenza. Altrove la stessa mattina, ci racconta un collega, un uomo inviato da Kiev (con le schede che avrebbero dovuto assicurare il diritto di voto a pochi coraggiosi “quasifortunati”) è stato picchiato e poi portato via. Rimanendo in tema di elezioni, Irina racconta un pettegolezzo sentito da colleghi impiegati: un uomo (uno di Pravyi Sektor a loro detta, dato che parlava ucraino) era venuto a chiedere di votare a Kiev la settimana prima del 25 maggio, ma è stato cacciato a male parole dai supervisori della Repubblica. Yura la interrompe veementemente e dice qualcosa che noi non capiamo. Poi si rivolge a noi: “Avete capito che questo di Pravyi Sektor sarei io!?! Io uno di Pravyi Sektor! Qui la gente è ossessionata!”.

E in effetti Yura non ha tutti i torti. Ogni sostenitore della neonata e autoproclamata Repubblica di Donetsk che fermiamo ritiene di essere minacciato dai fascisti di Kiev. “Potrebbero essere appostati ovunque, pronti a sparare sul chiunque parli russo.”. Quando chiediamo se qualcuno ha mai assistito a episodi del genere la risposta è sempre la stessa: “Non personalmente, ma amici sì, e amici di amici anche. Poi lo dice la televisione: “Quale televisione? Anche a questa domande le risposte sono tutte simili: “Russia24, NTN, Life News e poi la nostra televisione, quella della Repubblica.”. Questi canali hanno fatto sistematicamente disinformazione, da quando sono iniziate le prime proteste a Kiev: per esempio hanno fatto passare come legge vigente la proposta (mai discussa in Parlamento) di Oleh Tyanyabok (Svoboda 1,8% alle presidenziali) per abrogare la legge sul multilinguismo che tutela la lingua russa.

3868A

La disinformazione (o propaganda del Cremlino) qui è stata condotta sapientemente anche sulle piazze. Gli abitanti di Donetsk raccontano che da fine novembre il Partito delle Regioni e il Partito Comunista locali hanno cominciato a organizzare riunioni in piazza Lenin per spiegare cosa succedeva a Maidan. Molti ci dicono: “Avete visto la gente che sparava alla polizia? Vi sembra una cosa possibile?”. Noi purtroppo abbiamo visto il contrario, ma – sempre purtroppo- cercare di spiegarlo non è il nostro compito. E poi è inutile, crea solo più confusione di quella che già c’è. Nessuno qui sa spiegare come è avvenuto il cambio istituzionale. Qui la gente sa solo che i “separatisti” hanno ragione, qualunque cosa decidano di fare, che si tratti di rimanere in Ucraina, di annettersi alla Russia, di rimanere indipendenti. E poi la gente sa che ha paura, della guerra, dei disordini, dei saccheggi.

Eppure la “Milizia” (così si chiama la polizia locale) c’è ancora, peccato che sia divisa tra coloro che sono ancora fedeli agli ordini di Kiev e coloro che invece – come Ira- rispondono alle direttive dei nuovi governanti. Così, l’unica speranza per l’ordine pubblico in città rimane nelle mani disarmate degli attivisti della milizia civile (Afghani e Kazaky) che incontriamo alla stazione prima di ripartire.

Il viaggio sarà più lungo delle nove ore previste perché il percorso eviterà Slaviansk. Quando il treno si ferma la prima volta, è mezzanotte passata: è il momento buono per fumare. La mia compagna di viaggio dorme e io scendo con Valentin e Roman. I ragazzi parlano solo russo, ma il tabagismo è una lingua internazionale. E internazionale è anche il sangue che ci si gela nelle vene al passaggio, dall’altra parte della banchina, di una lunghissima serie di vagoni che trasportano blindati, carri armati, armi e supporti logistici per l’Operazione Anti Terrorismo. Ci guardiamo e dopo un attimo di silenzio scoppiamo in una grassa risata isterica.

Roman e Valentin sono di Donetsk, vanno a passare un po’ di tempo dalla zia a Kiev. Dopo questa sigaretta, hanno la conferma che stanno facendo la cosa giusta.

#MaidanFOREVER

maidanforever

 

Lo spirito di Maidan.

Cosa è stata la piazza e cosa ne rimane dopo le elezioni, attraverso la storia di un patriota ucraino.

 

L’elezione del nuovo presidente ucraino Petro Porochenko non significa certo che i problemi dell’Ucraina siano finiti ma per molti significa poter mettere un primo punto e tornare a casa. Roman Pokorchak per esempio, dopo sei mesi trascorsi in una tenda su piazza Maidan, il 27 maggio rientra a Toronto (Canada) dove -troppo in fretta- ha lasciato tutto in sospeso. “Il cambiamento è in corso, c’è ancora molto lavoro da fare, ma oggi posso dire di aver compiuto il mio dovere di cittadino ucraino e finalmente posso riprendere in mano la mia vita.”.

Roman ha 37 anni, è arrivato a Maidan il 24 novembre, proprio il giorno in cui più di centomila persone sono scese in piazza per protestare contro la mancata firma dell’accordo di associazione all’Unione Europea da parte dell’allora Presidente Viktor Ianukovich: “Quando ho visto quello che stava succedendo non potevo rimanere a guardare seduto sul divano, mi sarei sentito vigliacco per la seconda volta. Ho lasciato l’Ucraina nel 1999 perchè economicamente il periodo post Unione Sovietica era troppo duro per me e per la mia famiglia, e quando si è impegnati a cercare i soldi per mangiare non si può certo contribuire a cambiare le cose. Questa volta però non avevo scuse e non ci ho pensato due volte: il 22 novembre ho dato le ferie ai miei dipendenti, ho chiuso la mia impresa di costruzioni e ho comprato un biglietto di sola andata per Kiev. Non sono nemmeno passato a Leopoli dove sono nato e dove ho la mia famiglia.”.

“Quando sono arrivato in piazza c’era una gran confusione, la gente stava organizzando le sotnye (centurie). Eravamo troppi, occorreva coordinarsi. Ho capito che non potevo orientarmi e ho rinunciato quasi subito a trovare la sotnya dei miei concittadini. Ho incontrato un gruppo di ragazzi dei Carpazi, ci siamo intesi quasi subito e mi sono unito a loro. È nata così la sotnya Carpazia, la numero 7. Allora avevamo solo la tenda e della legna, le condizioni dei primi giorni erano più che spartane, ma non c’era molto tempo per pensarci. Quando abbiamo ccapito che la nostra permanenza in piazza sarebbe stata lunga, abbiamo cominciato a muovere i nostri contatti. Le famiglie di alcuni ragazzi hanno portato materassi, scorte di cibo, vestiti di ricambio e tutto quello che poteva servire. Per le contingenze si poteva, e si può tuttora, contare sulla solidarietà della gente in piazza. Abbiamo accettato i soldi dei partiti senza promettere nulla in cambio, ma abbiamo anche preso delle misure cautelari: per esempio io mi sono occupato personalmente di tenermi in contatto con la diaspora ucraina in Canada che ci ha mandato soldi regolarmente fino ad oggi. Senza il sostegno delle diaspore Maidan non sarebbe stata possibile.”.

Roman racconta che i momenti che da fuori sembravano i più terribili, per la piazza sono stati meno difficili di quanto si possa pensare: “Sembra strano ma sulla piazza la paura è una sensazione che non esiste. Quando si è così impegnati a combattere, il tempo passa in fretta, la fatica non si sente e si tira fuori una forza che prima di vivere certe situazioni non si può nemmeno immaginare di possedere. È dopo, quando le acque si calmano, che si comincia davvero a prendere consapevolezza dell’accaduto, a tirare le somme dei feriti e dei morti, a comprendere di essere scampati alla tragedia. Ed è solo allora che si accusa davvero il colpo, che si sente la stanchezza mischiata al dolore. Se poi devo indicare il periodo più duro, non ho dubbi: da metà marzo ai primi di aprile, quando i primi “bravi ragazzi” hanno iniziato a tornare alle loro case, al loro lavoro, alle loro famiglie. Allora cominciavano a emergere le persone che erano in piazza non perchè ci credessero davvero, ma perchè qui avevano trovato un modo di mangiare senza lavorare. Alcuni creavano grossi problemi, erano sempre ubriachi e violenti. A quel punto, per i “bravi ragazzi” rimasti, si è trattato di raccogliere le ultime forze e di selezionare la gente, di ripulire la piazza, se così si può dire, evacuando i fannulloni, gli indisciplinati, i violenti e i provocatori.”.

Avevamo già incontrato Roman a fine marzo ed era evidentemente stanco. Oggi il suo volto è più disteso e lui, nonostante dorma ancora in una tenda, si dice riposato. “Ora Maidan è di nuovo un posto sicuro. Chiaramente a presidiare la piazza è rimasto chi ha perso il lavoro, chi non ha molto da fare, chi non ha famiglie numerose da mantenere. Le regole sono meno rigide e c’è chi la sera beve, ma problemi ed episodi di vandalismo e violenza non ce ne sono. Ora questo è il luogo in cui ci si dà il cambio per combattere a est e si è deciso di non sgomberare perchè, nonostante ora abbiamo un presidente democraticamente eletto, le richieste del Comitato Euromaidan, ancora non sono state accolte. Non possiamo rischiare di ripetere gli stessi errori del 2004, non vogliamo una nuova rivoluzione violenta, altrimenti il sacrificio dei ragazzi che hanno perso la vita sarebbe inutile. La lustrazia” (con questo termine Roman si riferisce alla modifica graduale delle inefficienze del sistema politico che consentono il proliferare della corruzione e all’espulsione dagli organi statali di tutti coloro che sono stati coinvolti nel processo criminale che ha portato a sparare sulla folla) “richiederà tempo e impegnerà tutti, qui in piazza e nelle proprie case, sui propri posti di lavoro, nella vita quotidiana. Di Maidan deve rimanere lo spirito nel popolo ucraino. La gente deve tornare alla normalità, ma con la consapevolezza che è compito di ognuno contribuire al cambiamento e controllare che questo avvenga effettivamente. Per fare questo bisogna stare qui ed è questa la ragione per cui, anche se mi è costato di più, ho comprato un biglietto di andata e ritorno senza fissare la data del rientro. Vado in Canada per chiudere con la mia attività lì. Voglio tornare a vivere nella mia patria, sarà più difficile soprattutto economicamente, ma voglio accettare la sfida di costruire una nuova Ucraina.”.

 

Elezioni chi parte, chi fugge.

Partire per seguire le elezioni in Ucraina significa fuggire le nostre europee e respirare un’altra aria pre-elettorale già a Milano Malpensa. In coda al check-in la gente, pur non conoscendosi, discute animatamente. La maggior parte di loro torna a casa solo per qualche giorno, giusto il tempo di votare, pochi possono trattenersi di più. Molti voteranno in Italia (solo a Roma in elenco ci sono 8258 persone), ma chi non ha la residenza e non potrà votare in consolato rientra.

Si elegge il Presidente della Repubblica in una democrazia parlamentare e questi voti non avranno solo un valore simbolico, ma nemmeno incideranno direttamente sull’esecutivo. La fase di transizione è delicata, le persone lo sanno e sentono il bisogno di prendervi parte. Questo è valido soprattutto per coloro che non erano in patria nei giorni più difficili e hanno sentito la frustrazione di non potersi impegnare in prima persona o -più semplicemente- di non potersi stringere attorno alle famiglie e agli amici più cari.

Chi va a est non sa cosa troverà e, a dire il vero, non sa nemmeno se riuscirà a votare: “Mia sorella dice che i terroristi ricattano i direttori delle scuole che dovrebbero fare da seggio durante le elezioni.”-dice Svetlana- “Non so se riusciremo votare a, ma vogliamo provare lo stesso”. Altri, come Nila, hanno scoperto di non essere stati inseriti negli elenchi elettorali e devono recarsi in tribunale per far sì che venga fatto. “Quest’anno è stato creato un sito dedicato alle elezioni,  in cui è possibile controllare se si è stati inseriti negli elenchi o meno”, spiega Nila, “Almeno è più facile controllare, prima dovevamo andare alle circoscrizioni di persona per saperlo. Era una trafila lunghissima. Questo è già un piccolo segnale di qualcosa che è cambiato.”

La maggior parte dei nostri compagni di viaggio non sa ancora per chi voterà. Per questo quasi tutti continuano a parlare per l’intera durata del volo e poi ancora attendendo i bagagli. Una volta riprese le proprie cose ci si divide, salutandosi con l’affetto spontaneo che unisce quelli che si sentono partecipi del cambiamento.

Will: ciò che possiamo, ciò che siamo.

IMG_4129

Indifferenza. Inerzia. Apatia. Se è vero che una delle malattie più diffuse è la diagnosi, quella che affligge i nostri giorni pare essere un’irrequieta indolenza, la tendenza, ovvero, a vivere nel tedio, ritrovandosi insoddisfatti proprio in quell’età in cui ogni angolo dovrebbe essere un infinito pieno di promesse.

Continua a leggere Will: ciò che possiamo, ciò che siamo.

Ucraina: siamo tutti in guerra. Anche tu, soprattutto se non lo sai.

2364ALa crisi in Ucraina porta di nuovo alla ribalta il concetto di guerra informativa o maskirovka (inganno militare), come la chiamano i russi. Sì, perchè la possibilità di gestire, diffondere e quindi manipolare l’informazione consente netti vantaggi sull’avversario. Un avversario confuso dalle notizie che riceve, un avversario che non sa più chi è il suo nemico, che non sa da cosa difendersi né dove colpire. Un avversario che non sa più nemmeno come convincere il suo alleato a rimanere tale: già, perchè la maskirovka confonde anche gli alleati, mina la conoscenza e l’evidenza dei fatti, insinua il dubbio. E per creare l’inganno militare maskirovka non si limita all’ambito militare, ma invade anche l’economia, la politica, la vita sociale di un Paese, in tempo di guerra e in tempo di pace. Lo scopo è destabilizzare la sicurezza nazionale e fuorviare l’opinione pubblica (possibilmente quella mondiale). Quindi questa guerra dell’informazione coinvolge tutti, volenti o nolenti, come vittime o come combattenti.

Continua a leggere Ucraina: siamo tutti in guerra. Anche tu, soprattutto se non lo sai.

Janjevo, la valle dell’esperanto kosovaro.

 

2919AL’eccezione in Kosovo esiste e si chiama Janjevo. È un paesino situato in una vallata a 15 chilometri da Pristina, nella municipalità di Lipjan. Nonostante la povertà e le case distrutte dal tempo, qui si respira un’aria serena. Le strade sono strette e sconnesse, ma sono piene di bambini che corrono e giocano. Questi bambini sono tutti diversi, balza all’occhio: alcuni chiarissimi e biondi, altri con gli occhi neri e con la pelle scura come quella degli egiziani, alcune ragazzine indossano il velo. A Janjevo vivono una maggioranza di croati e poi albanesi, turchi, RAE, bosniaci, gorani e serbi: molti sono ex rifugiati perchè qui la guerra non è mai arrivata. Questo è l’unico posto dove le sei stelle (le sei etnie) della bandiera kosovara sembrano riempirsi del loro senso.

Continua a leggere Janjevo, la valle dell’esperanto kosovaro.